"Giulia, quindi il cuore cosa rappresenta per te?"
È una domanda che ricevo spesso da chi si avvicina alle mie sculture di cuori anatomici. A volte nasce dalla curiosità, altre dal desiderio di comprendere il pensiero che sta dietro a queste opere.
Ogni volta sorrido, perché credo che l'arte contemporanea non abbia bisogno di spiegazioni definitive. Mi piace pensare che ognuno possa trovare nel mio lavoro un proprio significato, lasciandosi guidare da ciò che sente. C'è chi ha visto l'amore, chi il dolore, chi una rinascita o una forma di perfezione. Non voglio togliere a nessuno la possibilità di interpretare liberamente, di riconoscersi in un'emozione o in una ferita.
Ma sento che è arrivato il momento di raccontare da dove tutto è iniziato. Il momento in cui il cuore anatomico è entrato per la prima volta nel mio lavoro.
Il primo cuore: Crucify Myself (2010)

(l'unica immagine che ho di quest'opera)
Era il 2010 quando ho realizzato Crucify Myself per una mostra collettiva dal titolo Cristo Oggi. Ogni artista era chiamato a reinterpretare l'immagine di Cristo con uno sguardo contemporaneo e personale.
L'opera nasceva dalla necessità di confrontarmi con il tema del sacrificio, ma in una forma personale, terrena, femminile. Ho costruito una croce fatta di cassette di legno, e dentro ognuna ho collocato calchi in gesso di parti anatomiche del mio corpo: la mano, un braccio, le gambe, un mezzo busto di donna al centro.
In cima, dove ci si aspetterebbe la testa, ho messo un cuore. Un cuore di maiale.
Era il mio primo cuore.
Non una scelta provocatoria, ma una necessità.
Il cuore di maiale è sorprendentemente simile a quello umano: un organo concreto, reale, che pulsa e sostiene la vita. In quel gesto ho voluto sostituire la razionalità del volto con la vitalità della carne, come se il pensiero cedesse il posto all'impulso, alla memoria del corpo, a qualcosa di più antico e istintivo.
Da quel momento il cuore anatomico è diventato un simbolo centrale nel mio lavoro. Non come emblema romantico, ma come forma che contiene la complessità della vita: la potenza e la fragilità, la scienza e la poesia, il sacrificio e la rinascita.
Il cuore non idealizza, ma accoglie tutto: l'emozione, il dolore, la bellezza e la resistenza.
In Crucify Myself, quel cuore animale sostituisce il volto di Cristo e al tempo stesso lo reinterpreta: non c'è più un dio che si sacrifica per l'umanità, ma un corpo femminile, il corpo dell'artista che crea e insieme si offre. Un corpo che si fa materia, sacrificio e atto generativo, in cui la ferita e la creazione coincidono.
Un cuore che batte fuori dal petto, come testimonianza di una vita che continua, che sente, che non smette di cercare.
Il significato del cuore anatomico oggi
Oggi, dopo anni di confronto con chi i miei cuori anatomici li acquista, li vive nelle proprie case o ne fa dono, è inevitabile che anche il mio pensiero si sia trasformato. È come se, attraverso chi li sceglie, il cuore avesse trovato un modo diverso di esistere e mai uguale.
Ogni scultura di cuore anatomico che realizzo è una specie di ritratto interiore. Non di una persona in particolare, ma della condizione stessa dell'essere vivi. È il tentativo di dare forma a ciò che non si vede ma ci determina, a quella materia che ci tiene in movimento anche quando tutto sembra fermarsi.
Forse per questo continuo a scolpire cuori: perché in ognuno di loro riconosco una possibilità di presenza. Un modo per ricordare che siamo fatti di sostanza, di peso, di sangue, di tempo.
Dal primo cuore del 2010 a oggi, il lavoro si è evoluto in diverse direzioni: i Cuori Tu con iscrizioni personalizzate, i Cuori Kintsugi che trasformano le fratture in oro, i Cuori Dart trafitti dalle frecce del gioco.